mercoledì, 17 giugno 2009 | in : vuoti a perdere
Riporto la lettera di una sfollata aquilana a un giornale online (fonte: http://www.officinavolturno.com)

"Cara Redazione,
sono Pina Lauria e sono residente a L’Aquila; attualmente “abito” presso la tendopoli ITALTEL 1, perché alla mia casa, che devo ancora finire di pagare, è stata assegnata la lettera E, che in questo drammatico alfabeto significa “danni gravissimi”.
Scrivo per illustrarvi alcune considerazioni, di carattere generale e, più in particolare, relative alla qualità della vita nei campi.
Intanto, evidenzio la grande confusione che c’è nella città: a quasi due mesi dal terremoto, viviamo ancora uno stato di emergenza. Uno dei grandi nemici di questi giorni, e dei prossimi, è il caldo: arriveranno i condizionatori ma risolveranno ben poco perché, come sicuramente sapete, il condizionatore funziona in una casa, con le pareti di cemento e con le finestre chiuse, non in una tenda, dove il sole batte a picco e da dove si esce e si entra….inoltre, la tenda non è che si chiude ermeticamente!
Allora, il problema vero è questa lunga permanenza nella tendopoli alla quale saremo costretti fino ai primi di novembre. E’ assurdo ed inconcepibile che, per saltare una “fase”, come ha detto il Presidente del Consiglio, bisogna aspettare circa sette mesi per avere una casa, comunque sia. E a novembre, se le cifre rimangono quelle dette dal Governo e dalla Protezione Civile, saranno soltanto 13 mila i cittadini aquilani che potranno lasciare le tende. Su questo vorrei chiarire che si sta assistendo ad un balletto delle cifre che nasconde una amara verità. Mi spiego. Queste cifre si riferiscono alle verifiche finora effettuate ed alle risultanze avute. Si sta ragionando in questi termini: se su un tot di case verificate, è risultata una agibilità pari al 53%, e mantenendo questo trend, allora le case inagibili saranno all’incirca 5.000 per 13 mila persone.
L’agibilità è stata dichiarata per le abitazioni dei paesi vicini a L’Aquila; i quartieri nelle immediate vicinanze del centro storico, a ridosso delle mura (Sant’Anza (il quartiere dove abito), Valle Pretara, Santa Barbara, Pettino, tutti molto popolosi, hanno le case inagibili.
Inoltre, bisogna considerare che il centro storico ancora non viene sottoposto ad alcun tipo di verifica perché, a tutt’oggi, è zona rossa.
Nel centro storico risiedono circa 12 mila cittadini, senza contare i domiciliati, soprattutto gli studenti fuori sede. Allora, a novembre dovrebbero avere la casa almeno 26.000 cittadini, facendo un calcolo al
ribasso perché, considerando anche gli abitanti dei quartieri distrutti, gli immobili da recuperare con interventi molti consistenti e, quindi, con tempi necessariamente lunghi, sicuramente le abitazioni necessarie dovrebbero essere sull’ordine delle 45 mila persone.
Questo è il futuro che ci aspetta e lo tengono nascosto! Ma il Presidente del Consiglio ha detto che, comunque, le tende sono già dotate di impianto di riscaldamento, e quel”già” mi ha molto inquietato.
Non possiamo accettare di restare nelle tende fino a novembre, e sicuramente fino a marzo del 2010!
Questo ragionamento lo stavo facendo alcuni giorni fa al campo: prima con alcune persone, poi si sono avvicinati altri ed eravamo diventati un bel gruppetto: dopo alcuni minuti dal formarsi dell’”assembramento non autorizzato”, sono arrivati i carabinieri, in servizio all’esterno del campo. Ho chiesto se ci fosse qualche problema. Mi hanno risposto che non c’era alcun problema, ma restavano anche loro ad ascoltare.
Conclusione: dopo alcuni minuti, tutti ce ne siamo ritornati nelle tende.Racconto questo episodio, e ne posso citare tanti altri (ad alcuni componenti di vari comitati cittadini, che stavano raccogliendo le firme per il contributo del 100% per la ricostruzione o ristrutturazione della casa, è stato vietato l’accesso nei campi), per denunciare quello che definisco la sospensione dei diritti garantiti dalla nostra Costituzione: libertà di opinione, di parola, di movimento.
Ora, posso comprendere, anche se non giustificare, un tale comportamento nel primo mese, che secondo me rappresenta la vera fase di emergenza, ma far passare tale logica antidemocratica per 7 mesi, ed anche di più, somiglia più ad un colpo di Stato che ad una “protezione civile”. Adesso mi trovo per qualche giorno a Bologna, presso mia figlia Mara che sta ultimando un dottorato in Diritto del Lavoro (senza borsa, perché l’Alma Mater non aveva i fondi a sufficienza per finanziare tutte e quattro i posti messi a bando: Mara si è posizionata terza, paga una tassa di iscrizione al dottorato di circa 600 euro l’anno e un affitto di 500 euro mensili, più le spese); proprio questa mattina ho dovuto chiamare il responsabile del mio campo perché la famiglia che abita con me mi ha informato che si stavano effettuando i controlli per assegnare il nuovo tesserino di residente al campo (ne possiedo già uno). Mi ha preso una tale agitazione tanto da sentirmi male: questa procedura che si ripete spesso nei campi, l’esibizione del documento e l’autorizzazione di accesso per gli “esterni”che ti vengono a fare visita, e magari sono i tuoi fratelli, sorelle, madri e padri che hanno trovato sistemazione in altri campi o luoghi, il fatto che adesso, nonostante avessi preventivato di stare un po’ di tempo con mia figlia, debba rientrare per avere di nuovo il tesserino, dietro presentazione di un documento di riconoscimento, anche se sono già tre volte che i responsabili del campo hanno annotato il numero della mia carta di identità, mi scuote in maniera incredibile. Ma la Protezione Civile mi deve proteggere in maniera civile o mi deve trattare come se fossi in un campo di concentramento? Il responsabile del mio campo, quando gli hoparlato questa mattina, mi ha detto che non c’era alcun problema, che potevo tornare quando volevo, riconsegnare il vecchio tesserino e prendere il nuovo, e comunque dovevo comunicare l’allontanamento dal campo, la prossima volta che ciò sarebbe accaduto. Mi chiedo: perché devo comunicare i miei spostamenti? La tenda, adesso, è la mia casa ed ho timore che lo sarà per molto tempo, almeno fino a novembre. Quale è la norma che mi impone di comunicare i miei spostamenti? Se mi si risponde che si è in presenza di una situazione di emergenza, e che tale situazione durerà mesi e mesi, allora siamo veramente in presenza di un pauroso abbassamento del livello di democrazia!
Non sono “vaporosa”, non sono arrabbiata: sono esacerbata! Ritengo che la nostra città stia diventando non una città da ricostruire, ma una città “laboratorio”, in cui si vuole sperimentare il nuovo modello di società: privo di diritti, passivo, senza bisogni: quello che ti do è frutto della buona volontà dei volontari o dell’imperatore e lo prendi dicendo anche grazie! Mi rifiuto! E si rifiutano i cittadini aquilani! Sui nostri corpi, sulle nostre menti, sulle nostre coscienze, sulle nostre memorie nessuno ha il diritto di mettere le mani! Un’altra considerazione: le tende dell’emergenza sono tutte di otto posti, per poter accogliere, in tempi molto brevi dopo l’evento catastrofico, il maggior numero di persone. Di conseguenza, ci sono moltissime situazioni di promiscuità (la vivo io stessa, con un’altra famiglia che ha due bambini piccoli). Ritorno sempre alla considerazione di prima: una situazione di promiscuità può essere proposta ed accettata, a causa del disorientamento totale in cui ognuno si trova dopo un evento così terribile, per un mese, ma non per 7 o più mesi! In alcune tende sono insieme anche tre nuclei familiari! Mi chiedo: non si vogliono utilizzare i containers, ma allora il Presidente del Consiglio, che ha tante bellissime idee (sulle donne, sui giudici, sul Parlamento, sulla Costituzione) perché non pensa a far arrivare tende da quattro? O meglio, perché non riesce a garantire, da subito, una sistemazione dignitosa, senza costringermi ad andare sulla costa o in appartamenti situati nell’ambito della Regione Abruzzo, sicuramente non a L’Aquila, dove vi è la distruzione totale?
Proprio ieri, un gruppo di psicologi ha affermato che tale situazione di promiscuità sta distruggendo le famiglie perché, a parte le discussioni che ci sono, dalle cose più grandi a quelle più piccole (pensate che si sta litigando anche per i condizionatori, quelli che li hanno, perché alcuni li vogliono accesi, i “coinquilini” li vogliono spenti; chi vuole guardare la televisione e chi vuole riposare), la mancanza di intimità e di momenti privati determina nervosismo e sensazione di annullamento di ogni sentimento, senza considerare che nei campi non esiste nessun momento di intimità, né nei bagni, né nelle docce, né a pranzo né a cena.Non posso restare in silenzio ed accettare passivamente: voglio essere protagonista della mia vita e della ricostruzione della mia città, e non voglio sentirmi come una partecipante del Grande Fratello! Non abbiamo intenzione, noi Aquilani, di essere triturati dalla societàcdello spettacolo: alle menzogne mediatiche opporremo la nostra intelligenza, volontà e coraggio….e la nostra rabbia.L’Aquila è la mia, la nostra città e non è in vendita, per nessuno!Spero che questa mia lettera venga da voi presa in considerazione: sono forte, coraggiosa…come tutti voi e spero che possiate darmi voce.
Vi ringrazio, di cuore…anche se spezzato!
Ciao a tutti"

...e i vermi strisciano...
bandadeisobri @ 13:20 | commenti (popup) | commenti
venerdì, 05 giugno 2009 | in : vuoti a perdere
In linea di massima non siamo morti. Solo abbiamo saturato i byte disponibili per caricare roba sul blog e a me personalmente i  post senza immagini m'intristiscono. Per questo non abbiamo potuto celebrare degnamente Fefe'  Magistrato (ma a pensarci bene forse non c'e' nulla da festeggiare) e la seconda laurea di Umberto.
Stiamo alacremente lavorando al rifinanziamento del blog. Le risorse saranno reperite dalla vendita a Novella 2000 di foto che ritraggono un Ivan piu' che equivoco durante una festa a Villa Certosa.

Abbiate fede. In linea di massima.
bandadeisobri @ 20:50 | commenti (4)(popup) | commenti (4)
martedì, 28 aprile 2009 | in : vuoti a perdere

I

sirdsIn quel momento ripensò alla sua scena preferita de “I cento passi”. Quella in cui Peppino decide di terminare la sua occupazione solitaria di Radio Aut. Mentre abbandona la sede della radio, incontra uno dei figli dei fiori, che erano stati la causa di quel gesto. Il ragazzo gli dice di capire il motivo di quello che aveva fatto, ma che non avrebbe dovuto occupare la radio, perché quella radio non era sua; Peppino allora gli risponde che per farsi sentire, qualche volta, bisogna alzare la voce. E’ qui che sbagli, gli dice il ragazzo, perché se alzi la voce fai vedere che stai male, che hai paura. Non ti fai sentire, non ti fai ascoltare.

A volte, pensò lei, ancora più giusto è il silenzio. Sentiva le vene del collo pulsare e le mani irrigidirsi, ma niente veniva fuori, perché il silenzio era più giusto. Cosa puoi dire davanti ad un omuncolo annebbiato da se stesso e dal suo potere,  pieno della sua totale mancanza di senso dell’altro, che fantastica sulle possibili mestruazioni di una povera disgraziata in stato vegetativo da 17 anni. Puoi solo compatire la profonda solitudine della mente che aveva generato quel concetto. Pensò a lei in quel letto con la bocca immobile, serrata, senza capelli, rannicchiata.

Un senso di calore le invase il ventre e si passò una mano fra i lunghi capelli, capendo di non essere lei.

Si alzò, spense il televisore, finì il suo caffè e, prima di uscire, fece capolino nella stanza… Sandro dormiva ancora profondamente e come sempre, nel sonno, il suo corpo esprimeva possenza e quell’arroganza maschile che da sveglio aveva imparato a mitigare. La parte superiore della schiena era leggermente incurvata, sovrastando il cuscino. Il braccio con cui la aveva tenuta avvinta fino a mezz’ora prima era rimasto nella stessa posizione, a segnare il territorio. Solo il volto, imbronciato, quasi risentito, trasformava il rispetto che incuteva quel corpo in amore. La luce del sole filtrava dalle serrande e la finestra, leggermente aperta, non aveva assolto al suo compito, lasciando nella stanza gli odori e l’eco dei gemiti di poche ore prima. Quella notte si erano amati guardandosi negli occhi, di dolcezza consapevole, un dono, una fortuna, un’occasione che non la vita, ma loro stessi erano capaci di regalarsi… non sempre. Per fortuna.

Girò la testa e tornando sui suoi passi, i passi che faceva ogni mattina, uscì di casa, convinta di non averlo mai fatto prima.

Il sole primaverile, un cielo stranamente terso e quell’aria avvolgente, quel tipo di aria che ti fa sentire bene ma anche che ti stai perdendo qualcosa, restituirono forma al suo corpo. Decise di non ascoltare musica quel giorno e camminava a passo lieve guardando la gente sul marciapiede dell’altro lato della strada apparire e scomparire dietro le colonne dei portici, senza chiedersi, come invece faceva sempre, quale mai fosse la loro direzione. Lieve, non pensando a quello che era successo poco prima.

 

II

 

cla4Si guardava le dita. Strano. Le guardava intensamente, quasi a volerle ipnotizzare. Jacopo, lo stagista, era strano quella mattina. Non lavorava, si guardava le dita e non parlava.

Le sue di dita, invece, suonavano la tastiera del computer, quel giorno. Accarezzavano i tasti, che mostravano di gradire quell’andamento costante ma non sostenuto, rilasciando l’impulso e materializzandosi in lettere sul monitor, ciascuna mostrando di gradire la presenza di altre lettere vicino a sé. Si tenevano per mano le lettere quel giorno, attente alle più sfortunate di loro, che potevano cadere in uno spazio vuoto o inciampare in un punto. O, se erano venute fuori in un posto non loro, essere cancellate. Raccontavano con la condiscendenza che si riserva agli sciocchi la riunione del giorno prima. Erano eroiche, ma anche ironiche quindi.

-         Ore 12,43-  Jacopo ruppe il silenzio iniziato dal “Buongiorno” con cui si era presentato la mattina.

Lei si alzò e prese posizione dietro la finestra. Come ogni lunedì, martedì e venerdì e Jacopo l'aveva aiutata a ricordarsene ancora una volta.

 

Due minuti di ritardo, che lei sfruttò lanciando occhiate fugaci a Jacopo che continuava a guardarsi le dita. Poi, la linea 14C comparve in via Mattei e si arrestò sotto la sua finestra per la fermata. Riusciva a vedere solo mano e la gamba sinistra del conducente. “Ciao Sandro” salutò dentro sé, quando l’autobus ripartì.

 

Tornata a sedersi, ridiede voce a quel poveretto del direttore commerciale, interrotto durante la sintesi del suo intervento. Il destino di quell’uomo sembrava sempre essere interrotto mentre parlava, anche su un misero file word. Sorrise, ma quel sorriso le parve terribilmente incongruo quando sollevò lo sguardo e vide Jacopo che la stava fissando, tranquillo.

 

- Quanti anni ho io?- le chiese, quasi con i suoi occhi verdi.

- 24, no?-

- 23 e 8 mesi, per la precisione. Guarda qui…-

Le fece cenno di avvicinarsi, chinò la testa e con le dita diradò i suoi capelli corti (e profumati, lo sentiva). Fu davvero difficile per lei scorgere, anche in quei capelli neri come la notte, il contrasto di due capelli bianchi, poverini.

Si tuffò indietro a sedersi, ridendo sguaiatamente, di sollievo.

-         e questo è il motivo per cui oggi sei un’anima in pena? Ma vaffanculo va! Non ti facevo così!- continuando a ridere.

 

Infatti non era così e lei, nel suo intimo, lo sapeva, tanto che quella risata sonora le sembrò ancora più sgradevole del sorriso di un minuto prima. Lo sapeva che Jacopo non era così.

Rampollo di ottima famiglia bolognese, con cui viveva, era ancora più ottimo, perfetto testimonial di un’ipotetica campagna pubblicitaria pro-genere umano, del tipo “l’uomo è uomo, la scimmia è scimmia”. Si muoveva come un principe umile, dispensando le giuste parole al momento giusto. Lavorava, anche sulle cose nuove, con una disarmante ed efficace nonchalance, la stessa che gli aveva consentito di finire l’università nei tempi, anche qui, giusti. Un giorno le aveva fatto vedere le foto della sua laurea e non si era stupita di constatare come in ogni foto il suo sguardo fosse il più giovane fra i giovani, il più maturo fra gli adulti. Era gradevole e misurato, mai invadente, di battuta pronta e acume gentile. Non c’era dubbio che i suoi non avevano mai dovuto alzare la voce con lui. In azienda tutti lo trattavano con un rispetto che normalmente gli stagisti si sognano; forse, pensava lei, perché  immaginavano di trovarselo un giorno come capo, viste le sue capacità e il suo saper trattare con tutti. Queste prospettive normalmente stimolano invidia e voglia di tarpare le ali, ma nel caso di Jacopo sembravano generare una sensazione di piacevole relax nel rinfrescarsi all’ombra del suo futuro.

 

-         Ieri, quando eri già andata via, mi hanno convocato per offrirmi un contratto, di quelli buoni. A Milano, alla casa madre…- sputò fuori in un istante, ignorando la sua risata.

-         Cazzo, ma dici davvero? Ma è grandioso- lei, ancora dissonante dalla realtà- sei qui solo da quattro mesi! Oddio, noi già si scommetteva su quando sarebbe successo qualcosa del genere, ma nessuno immaginava in questi termini… Milano… grandissimo. Ti alzi in volo e mi lasci quindi?... Non mi sembri molto sicuro…- era tornata sulla terra.

-          No, invece non ho nessun dubbio. Milano è un’opportunità in questo momento. Offre quello che serve. Quasi tutto e non hai scuse…-

-         Beh, mi sembra perfetto, non hai mai avuto bisogno di scusarti tu, da quando ti conosco…-

-         Appunto, ed è per questo che non ci andrò…-

A quel punto, lei capì che era arrivato il momento di ascoltare, senza interrompere. Non era il direttore commerciale.

- E’ per questo che oggi è il mio ultimo giorno qui. E’ per questo che poco fa, quando eri alla finestra, ho cancellato l’archivio dei dati vendita. Volevo fare un danno: ne ho fatto uno discreto, anche se rimane l’archivio cartaceo. E adesso andrò a confessare il mio errore e me ne andrò oggi stesso. Mi scuserò e me ne andrò, anche se cercheranno di trattenermi. Domani me ne resterò nel letto, spero che piova. Poi, non so. Non sono di quelli “mollo tutto per trovare un mio sogno”. Io voglio avere dei sogni, ma non avere alcuna voglia di raggiungerli. Voglio fare grandi progetti da mandare sistematicamente a puttane. Guardarmi nello specchio e farmi rabbia. E chiedere scusa, cominciando da me stesso. Voglio che la gente non mi riconosca più e che non faccia più alcun affidamento su di me. E’ ora che comincino ad amarmi per quello che non sono. Non diventerò un pazzo scatenato, un tossico o un esaurito. Semplicemente non farò. E andrò a letto alla fine di una giornata in cui ho salito un gradino e ne son disceso subito. Una giornata in cui non è successo niente…-

Mentre parlava così, non era in preda ad un’alterazione emotiva.. Era quello di sempre, sereno e nitido, le sue parole erano rotonde, calde come sempre, ma fingeva bene di non capire il trabocchetto insito nella sua scelta confessata: l’assoluta impossibilità di eludere, anche cambiando le carte, la propria natura, che al massimo può essere scalfita. Avrebbe fatto quello che diceva e questo ancora una volta era la sua dannazione.

Lei, incapace di dire nulla come di credere per un solo istante che stesse scherzando, lo vide alzarsi, fermarsi davanti alla finestra e guardare in faccia il sole. Poi, si avvicinò alla sua scrivania e la baciò sulla guancia:

-         Ciao, è stato un piacere lavorare con te-

E la lasciò lì, in compagnia di un’unica lacrima a rigarle il volto.

 

III

Bologna ritmi_07apriva le sue giunoniche braccia all’inizio della primavera e lei, a mezz’ora dall’orario di uscita, fu colta da una frenesìa che le rendeva insopportabile ogni secondo in più passato su quella sedia. Muoveva le gambe e contorceva il bacino alla ricerca di una posizione, con un unico pensiero. Non il ricordo di quanto era accaduto quella mattina a casa, non Jacopo, il suo gesto. Neanche tutto quello che era successo dopo in azienda dove c’era stata una reazione che supponeva paragonabile alla perdita prematura del figlio prediletto. Voleva solo uscire e quando l’aria aperta la accolse, benedisse ripetutamente il suo lavoro part-time tanto quanto era solita maledirlo di inverno, lasciata sola nel grigio velenoso di una città continua rappresentazione di Tutto, pur sempre il migliore amico di Niente.

Visse con un po’di fastidio i venti minuti di autobus per tornare in centro, la frenesia tornò più forte di poco prima. La sua attenzione fu attratta dallo sguardo di un ragazzo africano che incontrava spesso su quella corsa… l’effetto che la primavera aveva avuto su di lui sembrava opposto a quello che aveva subìto lei. Solitamente sorridente, speranzoso, ora aveva la testa appoggiata al finestrino e gli occhi spenti dal sole che gli aveva ricordato dov’era.


La rivolta bruciava l’Europa negli schermi del negozio di via Dante. Bruciava ovunque, da Glasgow a Kaunas a Barcellona, dove in quel momento, in Avenida Portal de l’Angel, i manifestanti stavano devastando El Corte Inglès. I protagonisti si alternavano su televisori che nessuno avrebbe comprato: quelli che assalivano il futuro, con rabbiosa privazione; quelli che gestivano il presente, sempre più inutili e impuniti; quelli che offrivano il passato, vestendolo a soluzione. Un grande mondo, incendiabile da un dito, che lei prontamente si guardò. E le sembrò che anche le persone intorno a lei facessero lo stesso.

Una voglia incontrollabile e un gelato, fregandosene dei suoi cinque chili di troppo, perché ognuno lotta come può e soprattutto come crede.

Aveva quasi 30 anni e da almeno la metà il suo posto sul prato dei Giardini Margherita era sempre quello, superato il ponticello e il bar, sulla destra dell’imbocco del sentiero che fende la grande distesa d’erba. Si tolse la giacchetta, che diventò il suo piccolo lenzuolo. Stesa, immobile con le braccia che le cadevano lungo il corpo, lasciò che il tiepido calore del sole le accarezzasse le palpebre chiuse e la pelle candida e sentì i capelli scivolare giù dalla fronte. Un soffio di vento le penetrò nella maglietta, sorprendendo il caldo della sua pancia e intirizzendo i suoi muscoli in una sensazione di eccitazione che risalì dalla schiena per arrivare fin su le punte dei capezzoli. Ascoltò le poche voci, le tante lingue presenti ai giardini quel giorno mescolarsi nelle sue orecchie, Babele. Schiuse le labbra, non per parlare ma per sognare.

E sognò manifestanti inferociti davanti alla sede di una banca, fermarsi e guardare attoniti che i vetri venivano rotti dall’interno. Da Jacopo, che poi si univa a loro saliva sull’autobus che lei guidava con Sandro al suo fianco. Tutti calmi ora, tutti bambini. Tutti con il viso schiacciato sui finestrini a guardare suo padre, nella cascina di Monteveglio dove per hobby costruiva cucce per cani, costruirne una più grande. Sentì il desiderio insopprimibile di entrarci per guardare il mondo da lì dentro, come sempre aveva fatto da bambina; il sapore della prima birra bevuta, a 15 anni in un bar di via Parigi con quel ragazzo timido che ora non aveva nome; sentì le mani di Sandro che le stringevano le braccia.

Un brivido più forte le aprì gli occhi, il giorno stava finendo. Si alzò morbida e s’incamminò verso l’uscita di Porta Castiglione, in direzione di un tramonto che batteva e infuocava con lampi di rosa forte e azzurro i tetti e il cielo. Neanche un po’ di freddo. Tutto bruciava quel giorno e prese la strada di casa con la piacevole sensazione di non possedere il senso, pur avendo il controllo, di quell’incendio.

IV


n2-         Capito come si fa un eccelso ragù? Usa lo scalogno, non la cipolla. E il soffritto fallo metà olio e metà burro. Ma non burro comune. Usa il lurpak danese, leggermente più salato. Fallo assaggiare a Sandro, poi mi dirai…-

Anche questa volta Sergio le aveva rifilato una “eccelsa” chicca culinaria. Erano quasi sempre ottimi consigli, di una mente tortuosa, virtuosa e logorroica. Ma non capiva perché ogni volta le diceva di farlo assaggiare a Sandro, per avere un giudizio sulla bontà del consiglio…lei non ne era capace? Mah? Forse queste in Sergio erano solo reminiscenze del sud, che aveva lasciato quasi vent’anni prima, come ovvio non del tutto.

Comunque Sergio le voleva un gran bene. L’aveva conosciuto quattro anni prima, quando lui gestiva un bar in via Paradiso. Aveva capelli neri arruffati, il viso scavato e dei baffi tipo Frank Zappa, al quale effettivamente somigliava non poco. Proprio quella somiglianza era stata la causa della loro amicizia: nel suo bar campeggiavano quadri jazz e foto rock, fra queste quella di Zappa a petto nudo. Era chiaramente Zappa e non Sergio, ma i suoi amici dovettero faticare un bel po’ per cercare di farle capire che quello nella foto non era il proprietario del locale. Non ci riuscirono e lei si fiondò al bancone per chiederlo all’interessato. Sergio rise di gusto e la ammorbò per venti minuti con storia e aneddoti su Zappa, a lei che era cresciuta a pane e Baglioni. Era difficile capire sempre bene quello che diceva, perché iniziava le frasi con dei toni altissimi, quasi urlati, che poi faceva inesorabilmente scendere finchè le sue parole diventavano quasi incomprensibili. Quello fu il primo dei tanti attacchi di logorrea di Sergio che di lì in poi avrebbero condito la loro amicizia. Quando lui fu costretto a chiudere il bar, rovinato da ordinanze comunali restrittive sugli orari, le venne naturale proporlo a zio Luca, rimasto vedovo da poco, come aiutante nel suo negozio di vini in via San Felice. Era molto orgogliosa di aver combinato quel matrimonio perché Sergio era felice e zio Luca anche, nonostante lo mandasse affanculo ogni cinque minuti. Ma ne apprezzava quella che per lui era la qualità più importante, facile rivelatrice: capiva il vino.

 

-         Oh-oh-oh la nipote!- Zio Luca irruppe nell’enoteca rombando come al solito e salvandola da tutte le varianti di pasta con i peperoni di Sergio.

Prima di abbracciarla, come sempre, scelse il vino da stappare.

-         Un Donna Olimpia della Tenuta Bolgheri.  Niente da dire-

Quando un vino gli piaceva molto, era sempre questo il suo commento. “Niente da dire”. La strinse baciandola sulla tempia sinistra e intimò a Sergio di tagliare un po’ di pecorino di Pienza. Sergio iniziò a prospettare una serie di alternative, a suo dire più adatte, beccandosi il solito vaffanculo e in più l’ordine di inventariare i bianchi e di lasciarli soli.

-         Oooohhh yes!- Grande Sergio.

 

Sul vino davvero niente da dire. Lo sapeva, l’aveva scelto per lei. E il pecorino ringraziava, ma anche viceversa.

-         Mi aspettavo saresti passata. Non mi lasci mai troppo tempo senza di te… al contrario di tuo padre- disse lo zio, strofinando le dita sul collo del calice.

-         Lo conosci meglio di me. Se non fosse che salgo un paio di volte al mese a Monteveglio, lo vedrei anch’io solo alle feste, come te. Da quando è in pensione è sempre lì e non si schioda mai-

-         Puro è nato e puro vuole morire. E’ sempre stato convinto che i rapporti si mantengono interrompendoli o diluendoli. Dal suo punto di vista ha anche ragione, penso. Ha sempre detto che quello che c’è fra le persone deve essere tenuto al riparo dalla corruzione del tempo e delle parole; per proteggerle, le persone e tutto il resto che le circonda. Sai che da giovane, ma anche dopo essersi sposato, ripeteva sempre che la gente dovrebbe morire nel momento in cui mette al mondo i figli, perché avendoli al fianco, crescendoli, si diventa dieci volte più egoisti, dieci volte più razzisti, dieci volte più indifferenti agli altri. Era la sua provocazione preferita, anche con i tuoi nonni. Penso fosse la sua paura di allevare uomini o donne peggiori di come sarebbero stati senza essere contaminati. Il merito e la responsabilità  di essere figlio molto più grandi di quelli di essere genitore. Poi sei arrivata tu…aspetta…-

Si alzò, andò nel retrobottega e tornò con una bottiglia di Morellino della Tenuta Braccale molto vecchia e vuota.

-         Vedi questa? Non te l’ho mai raccontato… quando portò tua madre in ospedale per metterti al mondo, subito dopo si precipitò qui… entrò come una furia, prese questa bottiglia e se la scolò in venti minuti scarsi. Non mi guardava e non parlava. Solo prima di uscire dal negozio e tornare in ospedale, mi puntò gli occhi addosso e disse: Così mi sembra di meritarla già un po’ di più…Per molto tempo sei stata la sua sola eccezione. Neanche tua madre lo è stata e quando Giuseppe ha pensato fosse il momento di allontanarsi da lei, lo ha fatto, son convinto senza aver dubbi neanche per un secondo. E Adele lo ha capito, da donna intelligente: non è mai stata insieme alla proiezione di tuo padre nella sua testa, come succede a molti, ma insieme a tuo padre nella realtà. Lo capiva.-

-         E adesso anche io ho smesso di essere eccezione…-

Le loro parole, velate dal vino, proprio come un buon vino non avevano sapori di evocazione o nostalgia, ma di semplice constatazione. Niente da dire. Ripensò a Jacopo in quel momento.

-         Sì, penso che ora hai smesso anche tu di esserlo. Conoscendolo, lo vedo totalmente impossibilitato a capire per quale motivo dovrebbe essere parte integrante e attiva della tua vita adesso. Non lo farebbe certo perché a te sembra di volerlo. Ai suoi occhi, ti sta facendo il regalo più grande: si fida di te e non ha bisogno che tu ti fidi di lui, perché pensa che quello non conti nulla ormai.-

Seguirono secondi di silenzio in cui entrambi vuotarono i loro calici, che zio Luca prontamente riempì. Lei sentì di essere fatta di terra, per il calore che emanava e i suoni che assorbiva. Rossa, gialla, grigia, non sapeva. Ma terra.

-         Ma dimmi, Sandro come sta? I primi tempi di convivenza ti stanno mettendo a dura prova?- scivolò via zio Luca, sorridendo.

-         Ero contenta, ma anche fottuta di paura all’inizio. Perché mi sembrava l’unica strada che volessi prendere e in quanto unica anche rischiosa. Ma devo dire che ora, dopo sette mesi, mi sembra già di non dovere temere più niente, di non avere più la sensazione di dovermi sbattere con lui per equilibrarci. E’ difficile spiegarti le mie sensazioni, perché in realtà sono cose a cui non penso. Ecco, forse può sembrare brutto detto così, ma prendo da Sandro ciò che mi serve… e anche lui fa lo stesso.-

-         Non è brutto… è così. Non ti ho sempre detto che una bottiglia aperta non deve essere per forza svuotata? E’ così. Prendere, non dare, al massimo lasciar prendere. Capisci ora perchè Giuseppe, che in alcuni momenti può sembrarci un alieno, è tuo padre e mio fratello? Lui mette dei chilometri fra sé e il resto, io ci metto il vino. Lui i silenzi e io le parole, ma sappiamo entrambi, come lo stai capendo tu, che neanche un secondo della vita degli altri, anche quelli a noi più vicini, ci appartiene; pensare di capire cosa serve all’altro è di una presunzione incredibile e quando ci riesci non basta. Forse il tempo va impiegato nel denudarsi e nel prendere da soli il necessario. Anche quello è difficile e presuntuoso, ma se ci riesci, quello sì che basta.

-         Prendi, perché gli altri possano prendere, parafrasando…-

-         Sì…- chinò il capo sul calice- sai qual è stata l’ultima cosa che mi ha detto zia Bea prima di morire?-

-         No, cosa?-

-         Non di essere felice. Non di non dimenticarla. Non di prendermi cura delle persone che amavamo..- Si interruppe e iniziò lentamente a sollevare la testa

-         Mi ha detto che ero bellissimo. E mi detto che mi concedeva un’ultima bottiglia di Lagrein, il suo preferito e anche uno dei miei. E poi di non toccare più quel vino, per non suscitare la sua invidia dall’aldilà. Era ottimo, il migliore-

Inclinò la testa indietro vuotando il bicchiere. Gli angoli della bocca, inarcati in un sorriso beato, lo illuminarono.

 

v

 

DSC02375Al ritorno a casa, si sorprese, ma non tanto, di vedere che Annamaria Vedovati la guardava in faccia. La incontrò in ascensore e parlarono, come spesso accadeva, di beghe condominiali. Questa volta però Annamaria la guardava dritto negli occhi e aveva un viso più disteso, mentre solitamente lasciava vagare lo sguardo per l’abitacolo dell’ascensore o scriveva sms sul cellulare. Anche la sua bellezza matura, di donna ormai vicina ai sessanta, si era dipinta di naturalezza, nonostante i capelli tinti e qualche tiratina qua e là. Per la prima volta riuscì a ipotizzare cosa avrebbe fatto quella donna una volta a casa. Non ci era mai riuscita. La immaginò spogliarsi, mettersi in vestaglia e ciabatte, mangiare un piatto di penne al sugo e leggere un romanzo,un giallo.

Due settimane prima, Annamaria Vedovati, storica e prestigiosa firma del “Corriere”, aveva firmato un articolo in prima pagina. In venticinque anni di carriera ne aveva collezionati di articoli in prima e le sue parole pesavano ed erano ascoltate. Solo che negli ultimi anni Annamaria aveva una sensazione strana. Vedeva materializzarsi i suoi articoli sotto gli occhi d’improvviso, scritti bene come sempre, ma li vedeva lì, già pronti, già incolonnati in un quarto o nel piè di pagina. Le sembrava anche di poter leggere gli articoli confinanti. Le parole erano lì dove dovevano essere, irrigimentate e suonavano tanto bene da essere false. False di paura, ben sedimentata nel dolce far finta di niente. La paura, fra i tanti, ha un vizio in particolare: stanca. E Annamaria era stanca. Così un bel giorno di due settimane prima aveva insinuato un certo articolo in prima pagina, serena del fatto che i suoi pezzi non subivano nessun tipo di vaglio da tempo. Da quel giorno ricominciò a guardare dritto negli occhi le persone alle quali parlava e per le quali scriveva con la stessa naturalezza e serenità con cui vedeva i suoi articoli retrocedere sempre più all’interno del giornale, sempre con meno spazio a disposizione…

 

 

Arrivate al quarto piano, la giornalista la salutò e uscì. Quando l’ascensore raggiunse il sesto,  lei vide dinanzi a sé la porta di casa e, per la prima volta quel giorno, sentì le gambe tremare.

 

EPILOGO


plikieAncora adesso ogni momento e ogni sensazione di quel giorno sono impressi sulla sua pelle. Sente ancora sui polpastrelli la vera consistenza delle cose toccate. Ricorda perfettamente il tocco dell’aria quando uscì di casa la mattina e la brezza dei Giardini Margherita. Da quel momento in poi, ricordare le persone che l’avevano accompagnata in quella giornata avrebbe voluto dire ricordare quelle persone come le aveva viste proprio in quella giornata. Come avesse scattato delle foto. Se ci pensate bene capita raramente di fissare definitivamente il ricordo di una persona in un determinato momento, senza poi modificare più quell’immagine. Capita raramente e quasi sempre è una fortuna. Di vedere il nodo fra i fili intrecciati di vite affidate al caso e coltivate nell’illusione di poter fare una scelta, limitata già di per sé dal fatto di essere obbligati a farla. Raramente riesci a vedere quante cose bruciano attorno e si divincolano vicino a un letto d’ospedale, nella disperata serenità di Jacopo, nello sguardo ritrovato di una grande giornalista, in un calice di vino o nel letto dove Sandro dormiva. In quello che succede agli altri.

Soltanto non riesce a capire perché l’unico ricordo sbagliato di quel giorno riguarda se stessa: non si vede come era, ma si ricorda vestita e inconsapevole per la festa di diciotto anni della sua amica Daniela, teletrasportata da 12 anni prima.

 

Guardò il riflesso del suo stesso sguardo nella lama del coltello. Ascoltava “Robinson” di Vecchioni. Aveva gli occhi grandi e neri di chi aspetta qualcosa, qualcuno. Fissò la lama.

 

"Il bambino segue un sogno/l'avventura fuori dal cortile/onda piena nelle notti chiare/la sorpresa di una fata /che dal niente fa una palizzata /una nave persa fra le stelle /quando il grillo dal camino canta e non si sa dov'è/ma l'eroe sorride ed è con te/quando il vento ha il suono di una voce dentro l'albero/e la luna fa sognare io da grande sarò/come Robinson, Robinson, Robinson...”

 

La prima zucchina le veniva sempre così, tagliata a rondelle completamente irregolari, di spessore diverso. E’ sempre quella che poi si cuoce per ultima.

Con la seconda zucchina acquisiva sicurezza, i pezzi le venivano più meno uguali. Quello che le mancava era la velocità.

Alla terza zucchina arrivava anche quella,  le rondelle diventavano sottilissime e rimanevano attaccate l’un l’altra nella parte inferiore.

Sollevò quella specie di stella filante verde e ne staccò un pezzo. Poteva quasi guardarci attraverso.

 

“L'orologio dei trent'anni/batte colpi che non lascian segni/e non ne ha lasciati il tuo fucile;/qui la notte è solo vento/roba consumata, è un fuoco finto,/chi non dorme aspetta le astronavi/qui l'amore passa e passa il tempo di cantarselo/nel cortile chi ti aspetta più?/Sotto il cielo, sulla spiaggia, un vecchio mago zingaro/e la luna fa pensare; " io da grande sarò/come Robinson, Robinson, Robinson..."

 

Spense la musica prima dell’ultima strofa e solo allora si rese conto che stava respirando a bocca aperta e che il cuore le stava violentando il petto. Solo allora si rese conto di non poter più aspettare e corse lì, proprio lì dove custodiva un segreto, da quella mattina.

 

Dieci minuti dopo era seduta, abbandonata sulla poltrona, con la testa reclinata all’indietro sullo schienale e gli occhi, spalancati, fissi sul soffitto. Paura, una lacrima le scese giù, fin sotto il mento. Era la seconda quel giorno. Catturò la terza con le palpebre chiudendo gli occhi.

 

“Vivi”, la salutava sempre suo padre quando usciva di casa. Era un ordine, non un consiglio.

 

Si alzò, si affacciò alla finestra: tirò dentro nei polmoni, fin nello stomaco, tutta l’aria che poteva. La restituì silenziosamente e tornò a sedersi. Tutto ora era a posto. Tutto era incredibilmente al suo posto.



Sandro Gozi finì il suo turno alle 21.30. Ventisette minuti dopo era già in via San Rocco a cinquanta metri da casa. Gli strascichi di una giornata passata a guidare autobus consistevano per lui principalmente nel classificare mentalmente tutti i passeggeri che, per un motivo o l’altro, gli avevano rivolto la parola. Su ognuno costruiva storie surreali e divertenti, perché a differenza di qcla3uasi tutti gli altri conducenti, ci prestava attenzione alla gente; ed aveva una fantasia fervida, che non esternava mai ma che riservava solo a se stesso e ad un’altra persona. Era inoltre un uomo che si meravigliava spesso di sè,pur ritenendosi fondamentalmente stupido o forse proprio per questo.

Si meravigliò anche quella sera quando arrivò al sesto piano, rendendosi conto di non averla pensata neanche per un istante, non ricordava da quanto. Si meravigliò, mentre infilava la chiave nella toppa, di avere una voglia così forte di vederla, come sentiva di non provarla, così intensa, non ricordava da quanto. Quando la trovò lì, seduta sul divano, che gli sorrideva serena, anche lui sorrise e si meravigliò ancora. Perché con quel sorriso non aveva risposto a lei. Semplicemente aveva appena scoperto come era stato facile, al primo tentativo, riconoscere il momento in cui il sorriso di una donna diventa il sorriso di una madre.

a B. E.

bandadeisobri @ 19:54 | commenti (6)(popup) | commenti (6)
mercoledì, 22 aprile 2009 | in : vuoti a perdere

Laurea_Umberto_21_04_09007Cronaca minuto per minuto.

Ore 16.15.

Umberto si presenta fuori dallo stabile di ingegneria e una cosa appare subito chiara: tutti gli astanti sono coscienti che si tratti di una seduta di laurea tranne il diretto interessato. Giacca di buon taglio, camicia bianca sbottonata sino al confine con i boccoli del petto (sopravvissuti per uno strano e virile scherzo del destino alla ceretta settimanale) , jeans leggermente larghisciati e..scarpe da ginnastica bianche.

Ore 16.45.

Umberto esce di nuovo dall’edificio e sgama gli amichetti (Ivan, Uccio, Malu, Valentina) intenti ad appiccicare del nastro da pacco ad alcuni fogli. Arguto come un sarago da balera intuisce la natura del foglio e sentenzia: "scommetto ca sto cu lu culu de fore".

Ore 16.55.

Vetrata d’entrata e colonne dell’atrio attraggono sempre più passanti incuriositi e ridenti. L’immagine di Umberto col culo di fuori viene focalizzata dai genitori e da tutti i parenti. Solo la nonna sembra ignorare la gogna mediatica del nipote.

Ore 17.15.

Umberto, perde la granitica calma e inizia a palesare un po’ di agitazione. Risponde con monosillabi e acquista l’elasticità di un paracarro. C’è chi non nota effettivamente la differenza.

Ore 17.30.

Umberto indossa la toga. Viene invitato a presentarsi dinanzi la commissione. L’incedere è senza fretta. Giulio Umberto Cesare appare sfrontato e sicuro di sé nelle sue scarpe da ginnastica bianche. Siede sul seggio a lui destinato, si spaparanza sui braccioli, pone un piede sulla pedana e l’altro lo lascia penzolare. Il docente lo presenta, omettendo stranamente la sua abilità nel surf e i suoi propositi di andarsene a Miami.

Ore 17.33.

Umberto parte. Discorso pulito, senza esitazioni, fluido. La voce è ferma, sicura di quei neuroni nel cervello addestrati il giorno prima tra una partita alla playstation e l’altra.

Ore 17.35.

Umberto finisce la presentazione del suo lavoro. Due minuti di nozioni compresse in misurati ma efficaci periodi.

Ore 17.36.

Il professore fa una domanda. Umberto ‘ngrippa.

Ore 17.40.

Umberto tace. Livio suda. Ivan è già sudato. Nzino e Kristine stringono in mano una zampa di gallina e strani crocifissi montati al contrario. Uccio crede si sia inceppato l’otturatore ma si accorge sgomento che la nikon funziona, è la scena che è statica.

Ore 17.45.

Silenzio. Il professore lo incoraggia fino a suggerire metà risposta.

Ore 17.48.

Silenzio. Sembra di udire un "ehmm.." da parte del candidato.

Ore 17.50.

Silenzio.

Ore 17.55.

Umberto si scuote, e pronuncia: "..si. si."

Ore 17.56.

La commissione lascia andar via il candidato.

Ore 18.00

Umberto raggiunge gli amici (arrivato anche Pizzo) che, solidali, stanno ridendo da mezz’ora. Lui, sportivo, si unisce alle risate già dimostrando di strafottersene della seduta, della laurea e della giurisprudenza tutta. Esortato dalla madre ad andare a fare la foto con il cappellino e la toga, come stanno facendo gli altri laureandi, lui risponde di no. Suo padre sottolinea: "..eccerto..con il cappello none ma senza mutande sine!" (chiaro riferimento alle varie foto sparse nell’atrio dell’edificio).

Ore 18.30

La commissione rientra. Il Presidente esordisce con un "vediamo chi è passato". Una folata di aria gelida sembra giungere dalla porta in alto e insinuarsi unicamente sotto la camicia del seguito di Umberto.

Ore 18.35

Al termine di una lunga lista, Umberto viene dichiarato dottore. Mentre la BDS si lancia in applausi e gridolini contenti, il padre porta la mano a terra dopo averla baciata. Miracolo. Il buon vecchio Lourdes funziona ancora.

bandadeisobri @ 23:48 | commenti (11)(popup) | commenti (11)
martedì, 21 aprile 2009 | in : vuoti a perdere

DSC02375Al ritorno a casa, si sorprese, ma non tanto, di vedere che Annamaria Vedovati la guardava in faccia. La incontrò in ascensore e parlarono, come spesso accadeva, di beghe condominiali. Questa volta però Annamaria la guardava dritto negli occhi e aveva un viso più disteso, mentre solitamente lasciava vagare lo sguardo per l’abitacolo dell’ascensore o scriveva sms sul cellulare. Anche la sua bellezza matura, di donna ormai vicina ai sessanta, si era dipinta di naturalezza, nonostante i capelli tinti e qualche tiratina qua e là. Per la prima volta riuscì a ipotizzare cosa avrebbe fatto quella donna una volta a casa. Non ci era mai riuscita. La immaginò spogliarsi, mettersi in vestaglia e ciabatte, mangiare un piatto di penne al sugo e leggere un romanzo,un giallo.

Due settimane prima, Annamaria Vedovati, storica e prestigiosa firma del “Corriere”, aveva firmato un articolo in prima pagina. In venticinque anni di carriera ne aveva collezionati di articoli in prima e le sue parole pesavano ed erano ascoltate. Solo che negli ultimi anni Annamaria aveva una sensazione strana. Vedeva materializzarsi i suoi articoli sotto gli occhi d’improvviso, scritti bene come sempre, ma li vedeva lì, già pronti, già incolonnati in un quarto o nel piè di pagina. Le sembrava anche di poter leggere gli articoli confinanti. Le parole erano lì dove dovevano essere, irrigimentate e suonavano troppo bene da essere false. False di paura, ben sedimentata nel dolce far finta di niente. La paura, fra i tanti, ha un vizio in particolare: stanca. E Annamaria era stanca. Così un bel giorno di due settimane prima aveva insinuato un certo articolo in prima pagina, serena del fatto che i suoi articoli non subivano nessun tipo di vaglio da tempo. Da quel giorno ricominciò a guardare dritto negli occhi le persone alle quali parlava e per le quali scriveva con la stessa naturalezza e serenità con cui vedeva i suoi articoli retrocedere sempre più all’interno del giornale, sempre con meno spazio a disposizione…

 

 

Arrivate al quarto piano, la giornalista la salutò e uscì. Quando l’ascensore raggiunse il sesto,  lei vide dinanzi a sé la porta di casa e, per la prima volta quel giorno, sentì le gambe tremare.

 

Continua e finisce nel prossimo capitolo...

bandadeisobri @ 22:42 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
venerdì, 17 aprile 2009 | in : vuoti a perdere

n2-         Capito come si fa un eccelso ragù? Usa lo scalogno, non la cipolla. E il soffritto fallo metà olio e metà burro. Ma non burro comune. Usa il lurpak danese, leggermente più salato. Fallo assaggiare a Sandro, poi mi dirai…-

Anche questa volta Sergio le aveva rifilato una “eccelsa” chicca culinaria. Erano quasi sempre ottimi consigli, di una mente tortuosa, virtuosa e logorroica. Ma non capiva perché ogni volta le diceva di farlo assaggiare a Sandro, per avere un giudizio sulla bontà del consiglio…lei non ne era capace? Mah? Forse queste in Sergio erano solo reminiscenze del sud, che aveva lasciato quasi vent’anni prima, come ovvio non del tutto.

Comunque Sergio le voleva un gran bene. L’aveva conosciuto quattro anni prima, quando lui gestiva un bar in via Paradiso. Aveva capelli neri arruffati, il viso scavato e dei baffi tipo Frank Zappa, al quale effettivamente somigliava non poco. Proprio quella somiglianza era stata la causa della loro amicizia: nel suo bar campeggiavano quadri jazz e foto rock, fra queste quella di Zappa a petto nudo. Era chiaramente Zappa e non Sergio, ma i suoi amici dovettero faticare un bel po’ per cercare di farle capire che quello nella foto non era il proprietario del locale. Non ci riuscirono e lei si fiondò al bancone per chiederlo all’interessato. Sergio rise di gusto e la ammorbò per venti minuti con storia e aneddoti su Zappa, a lei che era cresciuta a pane e Baglioni. Era difficile capire sempre bene quello che diceva, perché iniziava le frasi con dei toni altissimi, quasi urlati, che poi faceva inesorabilmente scendere finchè le sue parole diventavano quasi incomprensibili. Quello fu il primo dei tanti attacchi di logorrea di Sergio che di lì in poi avrebbero condito la loro amicizia. Quando lui fu costretto a chiudere il bar, rovinato da ordinanze comunali restrittive sugli orari, le venne naturale proporlo a zio Luca, rimasto vedovo da poco, come aiutante nel suo negozio di vini in via San Felice. Era molto orgogliosa di aver combinato quel matrimonio perché Sergio era felice e zio Luca anche, nonostante lo mandasse affanculo ogni cinque minuti. Ma ne apprezzava quella che per lui era la qualità più importante, facile rivelatrice: capiva il vino.

 

-         Oh-oh-oh la nipote!- Zio Luca irruppe nell’enoteca rombando come al solito e salvandola da tutte le varianti di pasta con i peperoni di Sergio.

Prima di abbracciarla, come sempre, scelse il vino da stappare.

-         Un Donna Olimpia della Tenuta Bolgheri.  Niente da dire-

Quando un vino gli piaceva molto, era sempre questo il suo commento. “Niente da dire”. La strinse baciandola sulla tempia sinistra e intimò a Sergio di tagliare un po’ di pecorino di Pienza. Sergio iniziò a prospettare una serie di alternative, a suo dire più adatte, beccandosi il solito vaffanculo e in più l’ordine di inventariare i bianchi e di lasciarli soli.

-         Oooohhh yes!- Grande Sergio.

 

Sul vino davvero niente da dire. Lo sapeva, l’aveva scelto per lei. E il pecorino ringraziava, ma anche viceversa.

-         Mi aspettavo saresti passata. Non mi lasci mai troppo tempo senza di te… al contrario di tuo padre- disse lo zio, strofinando le dita sul collo del calice.

-         Lo conosci meglio di me. Se non fosse che salgo un paio di volte al mese a Monteveglio, lo vedrei anch’io solo alle feste, come te. Da quando è in pensione è sempre lì e non si schioda mai-

-         Puro è nato e puro vuole morire. E’ sempre stato convinto che i rapporti si mantengono interrompendoli o diluendoli. Dal suo punto di vista ha anche ragione, penso. Ha sempre detto che quello che c’è fra le persone deve essere tenuto al riparo dalla corruzione del tempo e delle parole; per proteggerle, le persone e tutto il resto che le circonda. Sai che da giovane, ma anche dopo essersi sposato, ripeteva sempre che la gente dovrebbe morire nel momento in cui mette al mondo i figli, perché avendoli al fianco, crescendoli, si diventa dieci volte più egoisti, dieci volte più razzisti, dieci volte più indifferenti agli altri. Era la sua provocazione preferita, anche con i tuoi nonni. Penso fosse la sua paura di allevare uomini o donne peggiori di come sarebbero stati senza essere contaminati. Il merito e la responsabilità  di essere figlio molto più grandi di quelli di essere genitore. Poi sei arrivata tu…aspetta…-

Si alzò, andò nel retrobottega e tornò con una bottiglia di Morellino della Tenuta Braccale molto vecchia e vuota.

-         Vedi questa? Non te l’ho mai raccontato… quando portò tua madre in ospedale per metterti al mondo, subito dopo si precipitò qui… entrò come una furia, prese questa bottiglia e se la scolò in venti minuti scarsi. Non mi guardava e non parlava. Solo prima di uscire dal negozio e tornare in ospedale, mi puntò gli occhi addosso e disse: Così mi sembra di meritarla già un po’ di più…Per molto tempo sei stata la sua sola eccezione. Neanche tua madre lo è stata e quando Giuseppe ha pensato fosse il momento di allontanarsi da lei, lo ha fatto, son convinto senza aver dubbi neanche per un secondo. E Adele lo ha capito, da donna intelligente: non è mai stata insieme alla proiezione di tuo padre nella sua testa, come succede a molti, ma insieme a tuo padre nella realtà. Lo capiva.-

-         E adesso anche io ho smesso di essere eccezione…-

Le loro parole, velate dal vino, proprio come un buon vino non avevano sapori di evocazione o nostalgia, ma di semplice constatazione. Niente da dire. Ripensò a Jacopo in quel momento.

-         Sì, penso che ora hai smesso anche tu di esserlo. Conoscendolo, lo vedo totalmente impossibilitato a capire per quale motivo dovrebbe essere parte integrante e attiva della tua vita adesso. Non lo farebbe certo perché a te sembra di volerlo. Ai suoi occhi, ti sta facendo il regalo più grande: si fida di te e non ha bisogno che tu ti fidi di lui, perché pensa che quello non conti nulla ormai.-

Seguirono secondi di silenzio in cui entrambi vuotarono i loro calici, che zio Luca prontamente riempì. Lei sentì di essere fatta di terra, per il calore che emanava e i suoni che assorbiva. Rossa, gialla, grigia, non sapeva. Ma terra.

-         Ma dimmi, Sandro come sta? I primi tempi di convivenza ti stanno mettendo a dura prova?- scivolò via zio Luca, sorridendo.

-         Ero contenta, ma anche fottuta di paura all’inizio. Perché mi sembrava l’unica strada che volessi prendere e in quanto unica anche rischiosa. Ma devo dire che ora, dopo sette mesi, mi sembra già di non dovere temere più niente, di non avere più la sensazione di dovermi sbattere con lui per equilibrarci. E’ difficile spiegarti le mie sensazioni, perché in realtà sono cose a cui non penso. Ecco, forse può sembrare brutto detto così, ma prendo da Sandro ciò che mi serve… e anche lui fa lo stesso.-

-         Non è brutto… è così. Non ti ho sempre detto che una bottiglia aperta non deve essere per forza svuotata? E’ così. Prendere, non dare, al massimo lasciar prendere. Capisci ora perchè Giuseppe, che in alcuni momenti può sembrarci un alieno, è tuo padre e mio fratello? Lui mette dei chilometri fra sé e il resto, io ci metto il vino. Lui i silenzi e io le parole, ma sappiamo entrambi, come lo stai capendo tu, che neanche un secondo della vita degli altri, anche quelli a noi più vicini, ci appartiene; pensare di capire cosa serve all’altro è di una presunzione incredibile e quando ci riesci non basta. Forse il tempo va impiegato nel denudarsi e nel prendere da soli il necessario. Anche quello è difficile e presuntuoso, ma se ci riesci, quello sì che basta.

-         Prendi, perché gli altri possano prendere, parafrasando…-

-         Sì…- chinò il capo sul calice- sai qual è stata l’ultima cosa che mi ha detto zia Bea prima di morire?-

-         No, cosa?-

-         Non di essere felice. Non di non dimenticarla. Non di prendermi cura delle persone che amavamo..- Si interruppe e iniziò lentamente a sollevare la testa

-         Mi ha detto che ero bellissimo. E mi detto che mi concedeva un’ultima bottiglia di Lagrein, il suo preferito e anche uno dei miei. E poi di non toccare più quel vino, per non suscitare la sua invidia dall’aldilà. Era ottimo, il migliore-

Inclinò la testa indietro vuotando il bicchiere. Gli angoli della bocca, inarcati in un sorriso beato, lo illuminarono.

 

Continua...


bandadeisobri @ 16:18 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
domenica, 05 aprile 2009 | in : vuoti a perdere

 ritmi_07

Bologna apriva le sue giunoniche braccia all’inizio della primavera e lei, a mezz’ora dall’orario di uscita, fu colta da una frenesìa che le rendeva insopportabile ogni secondo in più passato su quella sedia. Muoveva le gambe e contorceva il bacino alla ricerca di una posizione, con un unico pensiero. Non il ricordo di quanto era accaduto quella mattina a casa, non Jacopo, il suo gesto. Neanche tutto quello che era successo dopo in azienda dove c’era stata una reazione che supponeva paragonabile alla perdita prematura del figlio prediletto. Voleva solo uscire e quando l’aria aperta la accolse, benedisse ripetutamente il suo lavoro part-time tanto quanto era solita maledirlo di inverno, lasciata sola nel grigio velenoso di una città continua rappresentazione di Tutto, pur sempre il migliore amico di Niente.

Visse con un po’di fastidio i venti minuti di autobus per tornare in centro, la frenesia tornò più forte di poco prima. La sua attenzione fu attratta dallo sguardo di un ragazzo africano che incontrava spesso su quella corsa… l’effetto che la primavera aveva avuto su di lui sembrava opposto a quello che aveva subìto lei. Solitamente sorridente, speranzoso, ora aveva la testa appoggiata al finestrino e gli occhi spenti dal sole che gli aveva ricordato dov’era.


La rivolta bruciava l’Europa negli schermi del negozio di via Dante. Bruciava ovunque, da Glasgow a Kaunas a Barcellona, dove in quel momento, in Avenida Portal de l’Angel, i manifestanti stavano devastando El Corte Inglès. I protagonisti si alternavano su televisori che nessuno avrebbe comprato: quelli che assalivano il futuro, con rabbiosa privazione; quelli che gestivano il presente, sempre più inutili e impuniti; quelli che offrivano il passato, vestendolo a soluzione. Un grande mondo, incendiabile da un dito, che lei prontamente si guardò. E le sembrò che anche le persone intorno a lei facessero lo stesso.

Una voglia incontrollabile e un gelato, fregandosene dei suoi cinque chili di troppo, perché ognuno lotta come può e soprattutto come crede.

Aveva quasi 30 anni e da almeno la metà il suo posto sul prato dei Giardini Margherita era sempre quello, superato il ponticello e il bar, sulla destra dell’imbocco del sentiero che fende la grande distesa d’erba. Si tolse la giacchetta, che diventò il suo piccolo lenzuolo. Stesa, immobile con le braccia che le cadevano lungo il corpo, lasciò che il tiepido calore del sole le accarezzasse le palpebre chiuse e la pelle candida e sentì i capelli scivolare giù dalla fronte. Un soffio di vento le penetrò nella maglietta, sorprendendo il caldo della sua pancia e intirizzendo i suoi muscoli in una sensazione di eccitazione che risalì dalla schiena per arrivare fin su le punte dei capezzoli. Ascoltò le poche voci, le tante lingue presenti ai giardini quel giorno mescolarsi nelle sue orecchie, Babele. Schiuse le labbra, non per parlare ma per sognare.

E sognò manifestanti inferociti davanti alla sede di una banca, fermarsi e guardare attoniti che i vetri venivano rotti dall’interno. Da Jacopo, che poi si univa a loro saliva sull’autobus che lei guidava con Sandro al suo fianco. Tutti calmi ora, tutti bambini. Tutti con il viso schiacciato sui finestrini a guardare suo padre, nella cascina di Monteveglio dove per hobby costruiva cucce per cani, costruirne una più grande. Sentì il desiderio insopprimibile di entrarci per guardare il mondo da lì dentro, come sempre aveva fatto da bambina; il sapore della prima birra bevuta, a 15 anni in un bar di via Parigi con quel ragazzo timido che ora non aveva nome; sentì le mani di Sandro che le stringevano le braccia.

Un brivido più forte le aprì gli occhi, il giorno stava finendo. Si alzò morbida e s’incamminò verso l’uscita di Porta Castiglione, in direzione di un tramonto che batteva e infuocava con lampi di rosa forte e azzurro i tetti e il cielo. Neanche un po’ di freddo. Tutto bruciava quel giorno e prese la strada di casa con la piacevole sensazione di non possedere il senso, pur avendo il controllo, di quell’incendio.


Continua...


bandadeisobri @ 11:39 | commenti (5)(popup) | commenti (5)
martedì, 31 marzo 2009 | in : vuoti a perdere

cla4Si guardava le dita. Strano. Le guardava intensamente, quasi a volerle ipnotizzare. Jacopo, lo stagista, era strano quella mattina. Non lavorava, si guardava le dita e non parlava.

Le sue di dita, invece, suonavano la tastiera del computer, quel giorno. Accarezzavano i tasti, che mostravano di gradire quell’andamento costante ma non sostenuto, rilasciando l’impulso e materializzandosi in lettere sul monitor, ciascuna mostrando di gradire la presenza di altre lettere vicino a sé. Si tenevano per mano le lettere quel giorno, attente alle più sfortunate di loro, che potevano cadere in uno spazio vuoto o inciampare in un punto. O, se erano venute fuori in un posto non loro, essere cancellate. Raccontavano con la condiscendenza che si riserva agli sciocchi la riunione del giorno prima. Erano eroiche, ma anche ironiche quindi.

-         Ore 12,43-  Jacopo ruppe il silenzio iniziato dal “Buongiorno” con cui si era presentato la mattina.

Lei si alzò e prese posizione dietro la finestra. Come ogni lunedì, martedì e venerdì e Jacopo l'aveva aiutata a ricordarsene ancora una volta.

 

Due minuti di ritardo, che lei sfruttò lanciando occhiate fugaci a Jacopo che continuava a guardarsi le dita. Poi, la linea 14C comparve in via Mattei e si arrestò sotto la sua finestra per la fermata. Riusciva a vedere solo mano e la gamba sinistra del conducente. “Ciao Sandro” salutò dentro sé, quando l’autobus ripartì.

 

Tornata a sedersi, ridiede voce a quel poveretto del direttore commerciale, interrotto durante la sintesi del suo intervento. Il destino di quell’uomo sembrava sempre essere interrotto mentre parlava, anche su un misero file word. Sorrise, ma quel sorriso le parve terribilmente incongruo quando sollevò lo sguardo e vide Jacopo che la stava fissando, tranquillo.

 

- Quanti anni ho io?- le chiese, quasi con i suoi occhi verdi.

- 24, no?-

- 23 e 8 mesi, per la precisione. Guarda qui…-

Le fece cenno di avvicinarsi, chinò la testa e con le dita diradò i suoi capelli corti (e profumati, lo sentiva). Fu davvero difficile per lei scorgere, anche in quei capelli neri come la notte, il contrasto di due capelli bianchi, poverini.

Si tuffò indietro a sedersi, ridendo sguaiatamente, di sollievo.

-         e questo è il motivo per cui oggi sei un’anima in pena? Ma vaffanculo va! Non ti facevo così!- continuando a ridere.

 

Infatti non era così e lei, nel suo intimo, lo sapeva, tanto che quella risata sonora le sembrò ancora più sgradevole del sorriso di un minuto prima. Lo sapeva che Jacopo non era così.

Rampollo di ottima famiglia bolognese, con cui viveva, era ancora più ottimo, perfetto testimonial di un’ipotetica campagna pubblicitaria pro-genere umano, del tipo “l’uomo è uomo, la scimmia è scimmia”. Si muoveva come un principe umile, dispensando le giuste parole al momento giusto. Lavorava, anche sulle cose nuove, con una disarmante ed efficace nonchalance, la stessa che gli aveva consentito di finire l’università nei tempi, anche qui, giusti. Un giorno le aveva fatto vedere le foto della sua laurea e non si era stupita di constatare come in ogni foto il suo sguardo fosse il più giovane fra i giovani, il più maturo fra gli adulti. Era gradevole e misurato, mai invadente, di battuta pronta e acume gentile. Non c’era dubbio che i suoi non avevano mai dovuto alzare la voce con lui. In azienda tutti lo trattavano con un rispetto che normalmente gli stagisti si sognano; forse, pensava lei, perché  immaginavano di trovarselo un giorno come capo, viste le sue capacità e il suo saper trattare con tutti. Queste prospettive normalmente stimolano invidia e voglia di tarpare le ali, ma nel caso di Jacopo sembravano generare una sensazione di piacevole relax nel rinfrescarsi all’ombra del suo futuro.

 

-         Ieri, quando eri già andata via, mi hanno convocato per offrirmi un contratto, di quelli buoni. A Milano, alla casa madre…- sputò fuori in un istante, ignorando la sua risata.

-         Cazzo, ma dici davvero? Ma è grandioso- lei, ancora dissonante dalla realtà- sei qui solo da quattro mesi! Oddio, noi già si scommetteva su quando sarebbe successo qualcosa del genere, ma nessuno immaginava in questi termini… Milano… grandissimo. Ti alzi in volo e mi lasci quindi?... Non mi sembri molto sicuro…- era tornata sulla terra.

-          No, invece non ho nessun dubbio. Milano è un’opportunità in questo momento. Offre quello che serve. Quasi tutto e non hai scuse…-

-         Beh, mi sembra perfetto, non hai mai avuto bisogno di scusarti tu, da quando ti conosco…-

-         Appunto, ed è per questo che non ci andrò…-

A quel punto, lei capì che era arrivato il momento di ascoltare, senza interrompere. Non era il direttore commerciale.

- E’ per questo che oggi è il mio ultimo giorno qui. E’ per questo che poco fa, quando eri alla finestra, ho cancellato l’archivio dei dati vendita. Volevo fare un danno: ne ho fatto uno discreto, anche se rimane l’archivio cartaceo. E adesso andrò a confessare il mio errore e me ne andrò oggi stesso. Mi scuserò e me ne andrò, anche se cercheranno di trattenermi. Domani me ne resterò nel letto, spero che piova. Poi, non so. Non sono di quelli “mollo tutto per trovare un mio sogno”. Io voglio avere dei sogni, ma non avere alcuna voglia di raggiungerli. Voglio fare grandi progetti da mandare sistematicamente a puttane. Guardarmi nello specchio e farmi rabbia. E chiedere scusa, cominciando da me stesso. Voglio che la gente non mi riconosca più e che non faccia più alcun affidamento su di me. E’ ora che comincino ad amarmi per quello che non sono. Non diventerò un pazzo scatenato, un tossico o un esaurito. Semplicemente non farò. E andrò a letto alla fine di una giornata in cui ho salito un gradino e ne son disceso subito. Una giornata in cui non è successo niente…-

Mentre parlava così, non era in preda ad un’alterazione emotiva.. Era quello di sempre, sereno e nitido, le sue parole erano rotonde, calde come sempre, ma fingeva bene di non capire il trabocchetto insito nella sua scelta confessata: l’assoluta impossibilità di eludere, anche cambiando le carte, la propria natura, che al massimo può essere scalfita. Avrebbe fatto quello che diceva e questo ancora una volta era la sua dannazione.

Lei, incapace di dire nulla come di credere per un solo istante che stesse scherzando, lo vide alzarsi, fermarsi davanti alla finestra e guardare in faccia il sole. Poi, si avvicinò alla sua scrivania e la baciò sulla guancia:

-         Ciao, è stato un piacere lavorare con te-

E la lasciò lì, in compagnia di un’unica lacrima a rigarle il volto.

 

Continua...

bandadeisobri @ 23:41 | commenti (3)(popup) | commenti (3)
sabato, 28 marzo 2009 | in : vuoti a perdere

sirdsIn quel momento ripensò alla sua scena preferita de “I cento passi”. Quella in cui Peppino decide di terminare la sua occupazione solitaria di Radio Aut. Mentre abbandona la sede della radio, incontra uno dei figli dei fiori, che erano stati la causa di quel gesto. Il ragazzo gli dice di capire il motivo di quello che aveva fatto, ma che non avrebbe dovuto occupare la radio, perché quella radio non era sua; Peppino allora gli risponde che per farsi sentire, qualche volta, bisogna alzare la voce. E’ qui che sbagli, gli dice il ragazzo, perché se alzi la voce fai vedere che stai male, che hai paura. Non ti fai sentire, non ti fai ascoltare.

A volte, pensò lei, ancora più giusto è il silenzio. Sentiva le vene del collo pulsare e le mani irrigidirsi, ma niente veniva fuori, perché il silenzio era più giusto. Cosa puoi dire davanti ad un omuncolo annebbiato da se stesso e dal suo potere,  pieno della sua totale mancanza di senso dell’altro, che fantastica sulle possibili mestruazioni di una povera disgraziata in stato vegetativo da 17 anni. Puoi solo compatire la profonda solitudine della mente che aveva generato quel concetto. Pensò a lei in quel letto con la bocca immobile, serrata, senza capelli, rannicchiata.

Un senso di calore le invase il ventre e si passò una mano fra i lunghi capelli, capendo di non essere lei.

Si alzò, spense il televisore, finì il suo caffè e, prima di uscire, fece capolino nella stanza… Sandro dormiva ancora profondamente e come sempre, nel sonno, il suo corpo esprimeva possenza e quell’arroganza maschile che da sveglio aveva imparato a mitigare. La parte superiore della schiena era leggermente incurvata, sovrastando il cuscino. Il braccio con cui la aveva tenuta avvinta fino a mezz’ora prima era rimasto nella stessa posizione, a segnare il territorio. Solo il volto, imbronciato, quasi risentito, trasformava il rispetto che incuteva quel corpo in amore. La luce del sole filtrava dalle serrande e la finestra, leggermente aperta, non aveva assolto al suo compito, lasciando nella stanza gli odori e l’eco dei gemiti di poche ore prima. Quella notte si erano amati guardandosi negli occhi, di dolcezza consapevole, un dono, una fortuna, un’occasione che non la vita, ma loro stessi erano capaci di regalarsi… non sempre. Per fortuna.

Girò la testa e tornando sui suoi passi, i passi che faceva ogni mattina, uscì di casa, convinta di non averlo mai fatto prima.

Il sole primaverile, un cielo stranamente terso e quell’aria avvolgente, quel tipo di aria che ti fa sentire bene ma anche che ti stai perdendo qualcosa, restituirono forma al suo corpo. Decise di non ascoltare musica quel giorno e camminava a passo lieve guardando la gente sul marciapiede dell’altro lato della strada apparire e scomparire dietro le colonne dei portici, senza chiedersi, come invece faceva sempre, quale mai fosse la loro direzione. Lieve, non pensando a quello che era successo poco prima.

 

Continua...

bandadeisobri @ 11:24 | commenti (3)(popup) | commenti (3)
mercoledì, 25 marzo 2009 | in : sciamu

Lo Nzino Satanasso Depilato

Dal 20 marzo al 3 aprile mostra personale di quadri della nostra Kristine Kvitka presso la libreria Ergot, in piazzetta Falconieri (per i birrofili e navigatori satellitari: di fronte all'Orient Express). Boschi di betulle, evanescenti atmosfere e il pezzo forte della mostra: "Lo Nzino satanasso".

 

 

 

 

 

 

 

 

Accorrete tutti. E chiamateci. Che magari dopo ci fermiamo all'Orient.

bandadeisobri @ 09:11 | commenti (4)(popup) | commenti (4)
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